|_°_|

mercoledì 19 giugno 2013

Oralità e Scrittura

1990-autunno-limmagine-della-voce
La parola poetica cerca se stessa, serpente che morde la coda, fino a una esasperata e struggente intraverbalità. Quando per vie metaforiche o metonimiche si è distesa fino all’ultimo, la parola non è altro che “mimesi", rifrange se stessa in mille modi, a volte compiacendosi, altre illudendosi d’essersi moltiplicata e accresciuta per elezione divina. Per cui la “potente" parola che in principio sembrava dovesse non solo dominate se stessa ma diventare "altro" non si trova più neppure collocata in una situazione "mimetica" ma in una dimensione "mimica". Gioco affascinante della poesia, però sufficientemente conosciuto e usurato dalla corrosiva azione verbale dell’Io lirico. La poesia “moderna" nasce, ma è mai nato qualcosa in poesia?, all’insegna di un significato-significante “oltre la parola”. Le avanguardie si sono sostenute sui trampoli dei linguaggi iterativi e nevrotici, perfino sul paradiso dei linguaggi artificiali o relativamente estranei alla materia  poetica, quali i linguaggi matematici e artistici disegnativi e musicali. Sempre per ossessione plausibile d’un confronto con il “resto” dell’universo linguistico fatto non solo di schemi verbali ma anche di segni e segnali, simboli ed emblemi astratti ed impercettibili. I poeti o produttori di parole hanno cosi scoperto al di là della "onomatopeica" e della “sinonimìa" dogmatica il suono, il rumore, il senso di un mondo non immediatamente traducibile ma legato al rutilante cosmo della "oralità". E l’oralità non si limita a riprodurre un suono, bensi il senso del suono, meglio ancora il rapporto con quel suono.

 A questo punto devo proprio chiarire il significato di suono, non una vibrazione una nota o un rumore ma una “voce", voce di qualcosa, ad esempio voce del vento, del ruscello, della rondine, della porta, fino alle voci di cose astratte. Il poeta ha il compito di inserire quel "senso" nella parola che appunto non può soltanto “registrare” ma trasmettere in piena autonomia significati e significanti. La parola pertanto diventa “immagine della voce”. 

Per avere un’idea pratica di tale operazione, il sottoscritto che non possiede basi semiologiche, fa ricorso alla semplice, in apparenza, manifestazione di un paranormale o di un mago. Colui che con lo sguardo piega un ferro. Il poeta con la forza creativa piega le "voci" piu disparate e lontane. Certo, e non può essere diversamente, l’operazione creativa del poeta è mentale, il poeta razionalizza il "materiale" che è riuscito ad accumulare attraverso tutti i canali sensoriali, biologici e intellettivi per arrivare alla "palabra" poetica per lui definitiva. In effetti il poeta definisce il proprio testo "para siempre" sapendo tuttavia che "all’orizzonte d’attesa" (Jakobson) lo aspettano i "posteri" che rileggono i suoi versi come se potessero o se fossero "invariante", cioe "altri". Ma i versi sono sempre quelli, scritti a macchina, a penna, computerizzati ecc. Cambia la generazione che li legge, la quale non  fa altro che scoprire una delle tante potenzialità semantiche sempre vive nella parola “eternata". Chi veramente alimenta il "fuoco" dell’energia verbale e si la novità la rilettura, il mutamento d’epoca ma soprattutto e il flusso perenne dell’oralità che attraversa la scrittura come una spada infuocata. Non voglio dilungarmi in esibizionismi di dubbia originalità ma mi piace poter dire che la poesia s’impara leggendola, più volte, tante e forse infinite volte. 

L’oralità della scrittura deve congiungersi con quella del lettore. E per arrivare alla conclusione faccio un solo esempio, chiedendo scusa perché mi citerò. Di solito le mie letture "in pubblico" suscitano una diffusa, garbata ilarità. Niente di strano trattando io materiale ironico, paradossale e spesso buffo e arguto. Ogni tanto riesco a strappare un sorriso, qualche volta una risata che è un sorriso che si sente. Ma una sera quasi dimentico di me stesso o della “posizione” assegnatami dai critici letterari nei loro saggi e storie letterarie, mi trovai a dover leggere un “Omaggio a Paul Klee”, poemetto vivo ma serioso per la mia musa. Leggendo m’accorgevo che il pubblico aveva la faccia che a me non piace in queste circostanze, la faccia cli chi pensa più alla pioggia che precipita fuori che non ai versi che s’ammucchiano nella sala. Allora preso dalla verve piena di champagne della mia musa sbarrazzina cominciai a rovesciare la pesantezza della scrittura che sembrava volesse soffocare l’immagine stessa della voce del poeta, per cui versi come: “Le linee ormai eccitate/saranno sempre citate", le lessi in questo modo: “Le linee ormai ecci ecci...tate/ saranno sempre ci...ci... tate" e inventai: "Ecc...ecc"; insomma animai le parole che pur contenevano quei suoni e non li fornivano al verso del poeta. Sempre nel verso c’é un senso che si propone all’infinito. In altri termini non vi è gara tra le parole più o meno sonorizzate, tra "fonemi" e "monemi", ma tra l'intenzionalità e la mutevolezza, tra la paura e l’azzardo. 

Ecco perché il poeta è stato nel corso dei secoli caricato di un bagaglio di "magia", di "chiarovveggenza" e di altro armamentario alchemico e profetico. Tutto in un ottica “irrazionale", accentuando cosi il ruolo metafisico del poeta, anzi dello "stregone". E nella parola che il poeta trova dimensioni che possono apparire perfino "magiche" perché moltiplica e dilata il senso di essa dalla invisibile sconnessione fino a una gradevole connessione. La parola del poeta ha vibrazioni costanti, specialmente quando essa viene letta dall’autore. In questo caso ci si accorge che la parola trasmette una serie indefinita di suoni che sono anche intenzioni di significati. Dalla viva voce del poeta si allarga la pastosita semantica della parola e spuntano perfino quei colori che il veggente Rimbaud notava nelle vocali. Ma anche la parola scritta, evocata in silenzio nella mente, ha una capacita "mimica", non essendo mai chiusa nella sua unita di significato o significante. Questo mio gozzoviglioso discorso e praticabile solo se si è d’accordo sulla "libertà" del linguaggio poetico. Libertà acquisita dalla neo avanguardia, alimentata dal filone "clandestino" surreal - neodadaista, praticata da quella poesia consapevole di rompere finalmente con l’Io lirico-elegiaco spostando l’asse epicedico della poesia iraliana verso uno tensivamente eterodosso e materialistico. Come voleva l’anima pia di Teofilo Folengo, la scrittura deve quasi toccare il parlato parallelo. Le lingue parallele s’incontrano all’infinito.


1990 (autunno) l'immagine della voce

sfoglia | post | all'indomani della stagione di letture pubbliche di poesia con l'intento di raccogliere intorno ai suoi promotori le personalità poetiche che, ad alti livelli di stile, riportino con le loro performances la preziosa opacità della scrittura nel mondo della comunicazione e della trasparenza - l'immagine della voce in televisione.[videor, 1988]

leggi tutto EQUANIMI METAFORE DI VOCI

giovedì 15 novembre 2012

Sequela di sospetti

SEQUELA DI SOSPETTI [pagina 51]
Vito Riviello, Assurdo e Familiare, Empiria, Roma, 1986

Poco fa

POCO FA [pagina 35]
Vito Riviello, Assurdo e Familiare, Empiria, Roma, 1986

Telecronaca

TELECRONACA [pagina 48]
Vito Riviello, Assurdo e Familiare, Empiria, Roma, 1986

Gli inquilini

GLI INQUILINI [pagina 42]
Vito Riviello, Assurdo e Familiare, Empiria, Roma, 1986

Riviello feat Walter Pedullà

Incipit. Walter Pedullà e Vito Riviello
Vito Riviello, Assurdo e Familiare, Empiria, Roma, 1986

Vanità

VANITA' [pagina 14]
Vito Riviello, Assurdo e Familiare, Empiria, Roma, 1986

venerdì 6 aprile 2012

La tempesta di Giorgione

Gli inquilini


Gli inquilini superbi
dai nasi inquilini,
termini dei tramezzi
navigatori di travi,
ogni giorno nel bel mezzo
ascoltano i vicini tramare
i tarli dei calzari
i fruscii dei vestiari.
Gli inquilini scendono le scale
con piglio condominiale
annusano gli odori
le vite familiari
i bisbigli che fanno figli
l’intonaco che fa il monaco.
Per avvicinarsi al Vicino
sostano sugli zerbini.

Miraggi


Siamo in pieno deserto
fra poco sarà scoperto
dopo secoli d’attesa
il resto del palinsesto
che completa il testo
del poeta greco d’amore
più dolce dell’universo.
Nessuno più ci pensava
anche se scarno il frammento
bastava a se stesso
nella grazia del cuore
profondamente immerso.
Uno studioso è pronto
a tradurre all’impronta
le impronte dei celebri versi
che distillano miele.
Viene fuori un lungo poema
erotico con esplosione di sesso
un getto di petrolio in versi
insospettato dopo tanta estasi
un uragano d’amplessi
secondo la cifra stilistica
del poeta alla melassa.
I versi dell’orgasmo
saran teletrasmessi.

Indirizzario

http://www.retididedalus.it/Archivi/2009/luglio/LUOGO_COMUNE/riviello.htm

Personal



   Anche l’Italia è computer.
   Torna la nostalgia del mare
   il latte della razza bovina
   sociologica bruno-alpina,
   la neve del postiglione
   e l’eco del suo corno
                     dalla Cornovaglia.
   Torna il tango nella festa
   la finta sciatalgia.
   E quel Mazzin di fiori
   sulle vesti di Maria.
   Tornano amari, cedrate
   di zie che sognavano l’harem
   torna ferito Garibaldi,
   torna il tuono torna il vento
   torna il monaco nel convento.

La questione meridionale



   Nella mia terra adombrata
   d’ombre d’uomini hombres,
   si sposavano gli alberi
   le bianche cerre coi cerri
   dalle chiome dominanti,
   le acacie provocanti in tulle bianco
   e i telemoni acaci,
   forti ed elastici,
   fecondi idilli senza potature,
   cedre con cedri
   dalle radici cedrate.
   Amore boschivo sorgivo
   che stupiva gli uomini
   anch’essi scossi dal vento
   anzi percossi.
   Le quercie erano nonne
   e i nonni querci, immobili,
   grandi creatori d’ombre
   per digiunar sull’erba.
   Questi alberi hanno camminato
   molti hanno fatto gli alberi
   nelle lontane Americhe,
   altri sono stati abbattuti
   disboscati da celebri
   coiffeurs pour arbres.

domenica 31 luglio 2011

Per chi corre Mennea?

Vito, vorrei concludere questa chiacchierata chiedendoti una verità, come si faceva con i vecchi saggi ( e i comici non sono dei sapienti?). Riprendo un tuo verso: "Per chi corre Mennea" ?
[Vito Riviello] Corre per se stesso, ma con la coscienza di essere visto dagli altri. Non per ricevere applausi o per essere imitato. Per essere visto al di là anche oltre la corsa. La sua corsa è solitaria, però è una corsa che non disdegna l'occhio degli altri. E da chi lo guarda non vuole soltanto osanna, feste: vuole quasi la comprensione, ecco. Io corro perchè devo vivere, e vivo così, come voi andate in ufficio, o tu vai in fabbrica...
"Volete fare i versi? Imparate da Totò" intervista di Marco Papa a Vito Riviello
il Manifesto,  Roma, Teatro dellOrologio, Il comico in poesia, 1982